Quando si parla comunemente di maltrattamento, si pensa a immagini forti e inequivocabili: cani picchiati, abbandonati, tenuti a catena, rinchiusi in box fatiscenti, gestiti in modo grossolano e violento. Su questo, credo, siamo tutti d’accordo: si tratta di forme evidenti e inaccettabili di sofferenza.
Tuttavia, per chi osserva con uno sguardo più ampio, il maltrattamento non si limita alle rappresentazioni che vediamo in televisione o sui social. Esistono forme molto più sottili, quotidiane e normalizzate, che raramente vengono riconosciute come tali.
Cani in evidente sovrappeso, che faticano a muoversi e respirare, sono spesso considerati “normali” o addirittura “teneri”. Altri vengono lasciati chiusi in casa per gran parte della giornata perché il proprietario non ha tempo, sviluppando gravi carenze motorie, cognitive ed emotive, e vengono poi etichettati come pigri, tranquilli o semplicemente “fatti così”. Disturbi comportamentali evidenti — ansia, iperattività, apatia, aggressività — vengono ignorati o giustificati, senza che ci si interroghi mai sul reale stato emozionale dell’animale.
In questi casi il cane vive in una condizione interna deviata, squilibrata, ma l’essere umano non è in grado di vederla, non per cattiveria, ma per mancanza di consapevolezza. Un occhio non allenato vede solo un cane che mangia, dorme e ha un tetto sopra la testa. Uno sguardo più attento, invece, riconosce un sistema vivente privato della possibilità di esprimere la propria natura.
Nel tempo ho assistito a numerose adozioni mosse da quello che viene definito “un gesto di cuore”. Persone convinte di fare del bene, ma in realtà guidate da un bisogno interiore non riconosciuto: solitudine, senso di vuoto, desiderio di sentirsi utili o buoni. In molti di questi casi l’individuo non possiede né il tempo, né le conoscenze, né l’equilibrio necessari per accogliere un cane in modo sano.
Adottare un cane senza essere realmente nelle condizioni di farlo non è un atto d’amore, ma una proiezione. Il cane diventa il contenitore di un bisogno umano irrisolto. Questo, anche se socialmente accettato e spesso celebrato, è una forma di maltrattamento silenzioso.
Non adottate un cane se non siete certi di potergli offrire una vita degna di essere vissuta, e per vita degna non si intende semplicemente cibo e riparo, ma uno stato di appagamento, vitalità ed equilibrio. L’animale deve poter esprimere movimento, relazione, esplorazione e presenza, vivere, non solo sopravvivere.
Dare da mangiare e offrire un tetto non è sempre sufficiente per rendere un cane felice. Per compiere scelte sane e ottenere risultati sani è necessario un certo grado di equilibrio interiore. Questo vale per la scelta di un partner, di un lavoro, delle amicizie, e vale, inevitabilmente, anche per la scelta di convivere con un cane.
Quando questo equilibrio manca, si entra in una confusione ripetitiva: si continuano a compiere le stesse scelte, guidati dagli stessi automatismi, ottenendo gli stessi fallimenti. Il cane, in questo contesto, non è la causa del problema, ma ne diventa il riflesso.
Lavorare interiormente non è un concetto astratto né un lusso spirituale, ma un requisito fondamentale per prendersi cura di sé e di un altro essere vivente. Solo un umano equilibrato può garantire una relazione sana, anche — e soprattutto — con un cane.
Con affetto,Alex
