venerdì 26 dicembre 2025

Il maltrattamento sottile

Quando si parla comunemente di maltrattamento, si pensa a immagini forti e inequivocabili: cani picchiati, abbandonati, tenuti a catena, rinchiusi in box fatiscenti, gestiti in modo grossolano e violento. Su questo, credo, siamo tutti d’accordo: si tratta di forme evidenti e inaccettabili di sofferenza.

Tuttavia, per chi osserva con uno sguardo più ampio, il maltrattamento non si limita alle rappresentazioni che vediamo in televisione o sui social. Esistono forme molto più sottili, quotidiane e normalizzate, che raramente vengono riconosciute come tali.



Cani in evidente sovrappeso, che faticano a muoversi e respirare, sono spesso considerati “normali” o addirittura “teneri”. Altri vengono lasciati chiusi in casa per gran parte della giornata perché il proprietario non ha tempo, sviluppando gravi carenze motorie, cognitive ed emotive, e vengono poi etichettati come pigri, tranquilli o semplicemente “fatti così”. Disturbi comportamentali evidenti — ansia, iperattività, apatia, aggressività — vengono ignorati o giustificati, senza che ci si interroghi mai sul reale stato emozionale dell’animale.

In questi casi il cane vive in una condizione interna deviata, squilibrata, ma l’essere umano non è in grado di vederla, non per cattiveria, ma per mancanza di consapevolezza. Un occhio non allenato vede solo un cane che mangia, dorme e ha un tetto sopra la testa. Uno sguardo più attento, invece, riconosce un sistema vivente privato della possibilità di esprimere la propria natura.

Nel tempo ho assistito a numerose adozioni mosse da quello che viene definito “un gesto di cuore”. Persone convinte di fare del bene, ma in realtà guidate da un bisogno interiore non riconosciuto: solitudine, senso di vuoto, desiderio di sentirsi utili o buoni. In molti di questi casi l’individuo non possiede né il tempo, né le conoscenze, né l’equilibrio necessari per accogliere un cane in modo sano.

Adottare un cane senza essere realmente nelle condizioni di farlo non è un atto d’amore, ma una proiezione. Il cane diventa il contenitore di un bisogno umano irrisolto. Questo, anche se socialmente accettato e spesso celebrato, è una forma di maltrattamento silenzioso.

Non adottate un cane se non siete certi di potergli offrire una vita degna di essere vissuta, e per vita degna non si intende semplicemente cibo e riparo, ma uno stato di appagamento, vitalità ed equilibrio. L’animale deve poter esprimere movimento, relazione, esplorazione e presenza, vivere, non solo sopravvivere.

Dare da mangiare e offrire un tetto non è sempre sufficiente per rendere un cane felice. Per compiere scelte sane e ottenere risultati sani è necessario un certo grado di equilibrio interiore. Questo vale per la scelta di un partner, di un lavoro, delle amicizie, e vale, inevitabilmente, anche per la scelta di convivere con un cane.

Quando questo equilibrio manca, si entra in una confusione ripetitiva: si continuano a compiere le stesse scelte, guidati dagli stessi automatismi, ottenendo gli stessi fallimenti. Il cane, in questo contesto, non è la causa del problema, ma ne diventa il riflesso.

Lavorare interiormente non è un concetto astratto né un lusso spirituale, ma un requisito fondamentale per prendersi cura di sé e di un altro essere vivente. Solo un umano equilibrato può garantire una relazione sana, anche — e soprattutto — con un cane.

Con affetto,
Alex

sabato 13 dicembre 2025

La Visione dimenticata

Assistere a come le persone comuni oggi trattano e considerano il cane – un essere ridotto a peluche vivente, status symbol o intrattenitore da social – ignorando completamente ciò che è stato per millenni e ciò che continua a essere nel profondo, non può che lasciare sbigottiti coloro che hanno occhi per vedere.

Il cane non è mai stato solo un “animale domestico” o un compagno di lavoro.

Per alcune civiltà antiche era una divinità incarnata; per altre, il ponte tra i vivi e i morti, il guardiano per eccellenza, la sentinella capace di percepire e assorbire energie negative, il compagno che accompagna l’anima oltre la soglia e la protegge lungo il cammino. Custodiva il fuoco sacro, vegliava sull’invisibile e rifletteva la lealtà assoluta che l’uomo ha smarrito.

Eppure oggi lo vestiamo da Babbo Natale, lo facciamo ballare per i like, lo abbandoniamo quando diventa “scomodo”.

Lui, nel frattempo, resta, guarda, aspetta, ama, serve lo stesso.
Continua a vegliare, anche quando nessuno più crede che ci sia qualcosa da vegliare.

Arriverà il giorno in cui qualcuno alzerà lo sguardo dal telefono, incrocerà i suoi occhi antichi e ricorderà cos’è davvero?

Sono certo che quel momento giungerà per molti, ma non come una luce improvvisa: nascerà solo dopo un vero lavoro interiore, dopo aver attraversato dubbi, attriti e quello svuotamento necessario che precede ogni vera visione.

Solo spogliandosi dall’illusione della personalità, dai bisogni di possesso, di intrattenimento, di conferma sociale… potremo iniziare a percepire noi stessi e il mondo senza filtri, senza distorsioni, senza quella nebbia interiore che abbiamo scambiato per identità.

E in quello stesso istante cambierà anche il modo in cui guardiamo il cane:
non più una “caricatura”, non più un contenitore delle nostre mancanze, ma ciò che è da sempre: un essere magico e silenzioso che ci cammina accanto da migliaia di anni.


Con affetto,
Alex


L'illusione del buon rapporto

Accade spesso che si ignori il disagio del cane per evitare di dover guardare il proprio. È ormai evidente che in questo spazio non si parla...